implementazione creativa di oggetti dismessi

Upcycling o recycling?

Upcycling e riciclaggio sono due parole molto in voga: vediamo dunque di fare chiarezza sul loro significato e sulle differenze tra le due, prima di vedere quale impatto stanno avendo sui consumi e sulla società.
Innanzitutto, una considerazione generale sulla portata dell’economia circolare: nel 2016, secondo i dati pubblicati dalla Commissione Europea sull’attuazione del piano d’azione dell’economia circolare, le attività collegate alla riparazione, riciclo e riutilizzo hanno generato un giro d’affari di 147 miliardi di euro, a fronte di investimenti per circa 17,5 miliardi di euro, impiegando 4 milioni di lavoratori con una crescita del 6% rispetto all’anno precedente.

Per riciclaggio si intende la trasformazione di un oggetto dismesso riportando indietro il materiale alle sue proprietà originarie, facendolo dunque diventare una materia prima per creare qualcosa di nuovo.
L’upcycling invece è la capacità di reinventare e riconvertire oggetti e materiali grazie al recupero e al riutilizzo creativo. L’oggetto in disuso si trasforma in qualcosa di totalmente diverso rispetto all’uso originario: si ottiene così un prodotto unico e originale, aggiungendo valore all’oggetto iniziale. Potremmo dunque tradurre upcycling con implementazione di un oggetto dismesso.

Una delle prime aziende a tenatare la via dell’upcycling, anche se con poco successo, fu Heineken. Nel 1963 produce Wobo, una bottiglia di birra che può essere trasformata in mattonella. L’idea nacque da un’idea del fondatore della casa: in vacanza ai Caraibi, pensò di poter trovare una soluzione per contrastare la carenza di materiali da costruzione che affliggeva il paese e di dare un input ecologista che potesse anche combattere l’abitudine di abbandonare a terra le bottiglie di birra vuote.

wobo di Heineken
wobo di Heineken

La storia dell’upcycling viene dunque da lontano, ma è solo grazie alla recente consapevolezza ambientalista che si sta diffondendo con sempre più determinazione. L’attenzione sul non spreco è molto alta e le tecniche di implementazione permettono di salvare oggetti destinati ai rifiuti per dargli una nuova vita.
Bancali si trasformano in divani o tavoli, cestelli per la lavatrice in pouf o lampade, copertoni di pneumatici in vasi di fiori, per citare alcuni esempi molto visti in rete, ma non c’è limite alla fantasia.
Oggi, è tutto un fiorire di idee per l’upcycling: a conferma della tendenza, sono sempre più frequenti le mostre e i workshop dedicati a questa filosofia di vita.
Per chi volesse invece cimentarsi in prima persona, può trovare un aiuto concreto nel manuale “Upcycling” di Max McMurdo, che insegna tecniche e materiali necessari, oltre a dare numerosi spunti per prendere confidenza con la tecnica.

Non parliamo però solo di fai da te, perché molte aziende (leggi: Upcycling all’italiana e Upcycling, la rivalsa degli oggetti dismessi) hanno fatto dell’upcycling il loro stile distintivo, e sono sempre di più gli oggetti che nascono a partire da qualcosa di totalmente diverso. Capostipite di questa filosofia è stata Freitag che, a partire dal 1993, ha creato un vero e proprio trend molto prima che queste tematiche fossero di moda grazie alle loro borse nate da teloni di camion, camere d’aria e cinture di sicurezza.
L’Italia non resta certo indietro: trova anzi un nuovo potenziale per valorizzare e ridare smalto all’altissimo livello artigiano di cui possiamo vantarci. Si riscopre dunque la manualità e si esalta l’unicità del singolo oggetto, in opposizione a un più freddo e impersonale stile che è stata la tendenza del design degli ultimi anni.
Tutto questo anche grazie alla tecnologia che permette di creare nuovi materiali e applicazione, ma anche di trasformare metodi produttivi classici in innovative: così il futuro corre in soccorso dell’ambiente.

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