Al mondo che ci aspetta.
Jack Mutoia

 

 

IL PREZZO DEI RICORDI

In un futuro non troppo lontano, Jack segue Louis su per le scale che, dall’appartamento principale, portano alla zona schermata, cui Louis si riferisce generalmente come “di sopra”.
La casa di Louis occupa metà del centoventottesimo e del centoventinovesimo piano di uno dei grattacieli nella zona migliore della città, ovvero nel punto d’incontro tra i due canali che dividono la metropoli in quattro settori che ne costituiscono anche i quartieri. L’appartamento speculare al suo è di proprietà di una giovane ereditiera dal viso anonimo che lo utilizza un paio di volte l’anno per farci delle grandi feste, alle quali Louis è una presenza fissa, e che per il resto dell’anno lo affitta ad una casa di produzione cinematografica per utilizzarlo come set. Di recente vi hanno girato alcune scene di Blue into desert, una serie del regista cult Miira Rotafris, il cui viso dai marcati e severi tratti sudamericani non tradisce mai nessun entusiasmo per l’alto livello di aspettativa che precede ogni suo lavoro.
La zona schermata è un appartamento vero e proprio, più piccolo di quello del piano di sotto per via dell’ampiezza della veranda con piscina, ed è attrezzato di cucina, salotto, due camere da letto e un bagno grande quanto buona parte dei monolocali della città. Jack si è occupato personalmente di supervisionare la messa in posa dei pannelli in materiale ferromagnetico che permettono di bloccare qualsiasi tipo di onda elettromagnetica, su richiesta di Louis che, ossessionato dall’idea che il suo lavoro venisse spiato, non voleva affidare un compito così delicato a degli sconosciuti. Sebbene Louis avesse insistito per il contrario, Jack aveva rifiutato il compenso in onore della loro stretta amicizia e, oltre a quelli nel suo appartamento, aveva supervisionato i lavori per le zone schermate all’interno degli uffici della società di Louis.
Anche quando non aveva nulla da nascondere, Louis tendeva a ricevere i suoi ospiti, che fossero amici, incontri galanti o questioni di lavoro, all’interno delle zone schermate, terrorizzato com’era dalla possibilità che le conversazioni venissero registrate, manomesse e utilizzate per ricattarlo. Non sarebbe stato certo il primo ad incappare in situazioni del genere, visto l’altissimo livello che avevano raggiunto i software di sofisticazione delle voce, che riuscivano a imitare perfettamente le cadenze e le inflessioni rendendo davvero difficile distinguerle da quelle reali anche ai migliori programmi. Per ulteriore sicurezza, all’interno del locale era sempre attivo un ulteriore dispositivo di rilevazione di campi elettromagnetici, anche questo regalo di Jack, inserito dentro una lampada diffusore di aromi, le cui pareti diventavano rosse se captavano onde, che seguiva Louis e i suoi ospiti con una sorprendente discrezione.
Jack lo prendeva in giro per questa sua paranoia: anche quando andava al ristorante, Louis chiedeva la sala schermata. “Non fai altro che lavorare e non puoi neanche goderti il tempo libero”. Però in fondo lo capiva. Se fosse stato al suo posto, con buona probabilità, si sarebbe comportato allo stesso modo.

La porta scorrevole si apre rispondendo con prontezza all’alzata del dito di Louis. Jack gli passa davanti e, senza chiedere, si dirige verso il grande divano nero. Louis attende la chiusura della porta per attivare lo schermo. Sulle due lunghe pareti vetrate, l’immagine di una lussuriosa spiaggia bianca tropicale lascia il posto al panorama della città.
“Pratichi ancora la naturaterapia?” chiede Jack mentre si siede.
“Sì. Mi piace. Cerco di farne almeno quindici minuti tutti i giorni, ne ho grandi benefici. Il battito cardiaco e la pressione diventano ottimali ma, al di là di questo, mi fa sentire proprio bene. Dormo meglio. Il diffusore di aromi e il sistema audio sono incredibilmente realistici. I miei ragazzi hanno fatto davvero un ottimo lavoro.”
“Sì, è un buon prodotto. Immagino che anche il suo grande successo commerciale contribuisca al tuo rilassamento. Quanti ne hai venduti?” chiede Jack, accontentandosi del sorriso divertito dell’amico come risposta. “Lo usiamo anche io e Sue qualche volta. Certo, di queste dimensioni è davvero impressionante. Ma sai benissimo che ti invidio questo panorama più di ogni altra cosa.” Jack si lascia sprofondare sul divano. “La realtà non ha eguali”.
“Cosa bevi?” dice Louis mentre si incammina verso la cucina.
“Quello che prendi tu va bene anche per me.”
Le luci della città oltre il filtro della vetrata offrono uno spettacolo del quale Jack non si stanca mai. Si sente grato di essere uno tra i tanti.
La sera precedente, Louis lo aveva invitato a casa sua con l’esplicita richiesta di dovergli parlare con una certa urgenza.
Jack non si era fatto aspettare, come era solito fare quando un buon amico aveva bisogno di una mano.
“Succo di vero lampone con vodka” lo avvisa Louis porgendogli il bicchiere “ho scovato questo produttore di succhi da agricoltura biodinamica a sud del paese. Mirtilli, lamponi e ribes. Produzione solo su richiesta, così garantiscono il massimo della freschezza.”
Alzano i bicchieri per un brindisi.
Jack sorride e beve. L’alimentazione era una delle, non poche, fisse di Louis; inoltre, di rado si concedeva di bere alcolici e, in ogni caso, mai più di tre unità alcoliche a settimana.
Louis era tra i soci fondatori di Eternal, una società il cui scopo era portare avanti la ricerca e la sperimentazione delle tecnologie rivolte al “miglioramento del potenziale umano” dei suoi soci e clienti in primis, e del resto dell’umanità in un secondo momento. Per diventare soci della Eternal bisognava essere in grado di contribuire attivamente alla battaglia contro la caducità fisica e la limitatezza intellettiva.
Sebbene Louis mantenesse il massimo riserbo sia sulla società che sul suo ruolo dentro la stessa, nel corso degli anni si era lasciato sfuggire qualche confidenza. Molti dei loro studi venivano portati avanti da decenni, dagli albori dell’avanguardia transumanista. Cose come cervelli o sistemi neurali di sintesi, in modo da potere trasferire l’intelletto su qualsiasi supporto fisico, periodicamente proclamati come “di fronte a una svolta epocale”, affiancati da eccentrici studi sulla possibilità di vita eterna, che dimenticavano come l’ironia della sorte sia alle volte il più agguerrito nemico da combattere. L’assoluta casualità contro l’inflessibile conta dei dati.

(..)

“Cos’é?” chiede Jack, pur conoscendo la risposta. Ne hanno parlato talmente tanto, di quell’oggetto, che gli è già familiare.
“Provalo!” dice Louis porgendoglielo.
Jack pensa al suo negozio e a qualche scena di quella stessa mattina. Le immagini prendono forma davanti a lui con un’impressionante precisione. Riconosce dentro se stesso le stesse emozioni provate nella realtà.
Cerca dentro la sua memoria e questa gli rimanda l’immagine di Sue mentre, in una sua tenuta da corsa, gli sorride mentre esce di casa, in un’imprecisata mattina tra le tante dei suoi ricordi. Il dito di Jack ne attraversa l’immagine inconsistente. Un piacevole senso di benessere gli pervade il corpo.
Conosce bene il potenziale a cui ambiva Louis nel progettare il device che ora tiene tra le mani. Leggero eppure consistente, del miglior grafene carbonizzato del mondo.
“Prezzo?” chiede Jack
Fa girare l’oggetto tra le mani e l’immagine di Sue svanisce, scavalcata da altri veloci e fugaci pensieri.
Quando se ne accorge, Jack non sa dire quanto tempo sia passato. Annuisce.
“E’ perfetto”, dice, annuendo.
Percepisce una contrazione al petto, si ricorda di respirare.

SO SUE.

“Come si disegna l’amore?”
“Scusa?” risponde Sue girandosi verso Jack. “Non ho capito.”
“Come disegneresti l’amore? Esclusa l’iconografia del cuore?”
“Perché questa domanda?”
“L’ho letta oggi da qualche parte e non ho saputo darmi una risposta. Sono curioso di sapere cosa ne pensi tu.”
“Non ci ho mai pensato. Dammi un minuto” dice Sue mentre il suo volto assumeva un’espressione riflessiva. Uno dei tratti che preferiva in Jack era questa sua abitudine di chiedere di frequente il parere altrui, questa sua attitudine al confronto. Si sta accarezzando il viso con le mani, le dita picchiettano le guance e le labbra, come fa ogni volta in cui cerca la concentrazione.
“Difficile da dire. Così su due piedi, mi viene in mente l’abbraccio di una madre al figlio, o di un figlio a un genitore anziano.”
“Qualcosa più generale e meno specifico. Qualcosa che non escluda nessuno. Un concetto di amore generalista. Ho un’idea che sento da qualche parte ma non riesco a far saltar fuori”

JACK IS IN TOWN

Jack è perfettamente a suo agio nel caos, equilibrista del moto perpetuo. Sapere che tutto è in continuo movimento lo fa stare pace. Ecco perché ha scelto di vivere in quella città ancora in evoluzione: per poter prendere parte al cambiamento, per assorbirne l’energia e farvi nascere qualcosa di nuovo.

L’aria fredda lo colpisce in viso non appena la porta gli si apre davanti. Il pensiero di Louis corre a un post pubblicato un paio d’ore prima. Al lavoro da fare per una cazzo di festa. All’impossibilità di separare pubblico da privato. Da tempo pensava che non avesse più un momento che fosse solo per sé.
La vista è magnifica da quassù, pensano entrambi. Vivere la vita significa momenti come questo. Domani avrebbero condiviso quel momento andando a ripescarlo dentro i loro ricordi. O forse no.
Si fermano davanti alla alta paratia in vetro, perfettamente conforme a ogni norma in materia di sicurezza. L’aria si insinua attraverso gli spazi tra le lastre in vetro.
“Le vedi? Tutte le storie? Quante storie potresti trovare solo dentro questa porzione di mondo che vedi ora?”
“Già”. “E’ cosi ovvio, eppure non ci avevo mai pensato.” risponde Louis, guardando l’amici negli occhi. “Un enorme cumulo di energia. Se la aggiungiamo a quella dei macchinari diventa davvero impressionante.”
Jack annuisce, mentre si stringe addosso la giacca leggera.
Percepisce il rumore del traffico meglio che quello della festa al piano di sotto. L’aria è asciutta, elettrica. In questa città, gli aveva detto una volta un taxista notturno della città, l’unica differenza tra il giorno e la notte, è che di notte è buio.
Le luci erano ovunque. Le vite e le storie erano ovunque.
“Raccontami qualcosa di talmente piccolo che quasi non l’hai notato.” Jack parla con lo sguardo fisso verso l’orizzonte, ma la sua presenza è concreta. “Una minuscola impressione della tua giornata. Uno tra le tante impressioni di oggi. Cercala piccola, e scomponila all’infinito”.
Louis “Vediamo se ho capito.” si ferma un attimo a riflettere.
“Questa mattina mi ha telefonato Merrel Andersen, il fumettista, lo conosci?”
“L’ho visto un paio di volte diversi anni fa, quando andavo al Roaster Jazz, ma non lo conosco personalmente”
“Stiamo lavorando insieme per un progetto di grafica. Mi ha chiesto di andare a casa sua per visionare alcune tavole.
(..)
Adesso una tu.”
“Ero a casa con Sue, ieri sera. Stavo lavorando su un testo, dopo cena. Bello concentrato.
Sue mi chiede di perfavore smettere di lavorare. Tento di ignorarla ma lei non molla lo sguardo. Le faccio capire di essere sintetica. Lei mi chiede una cosa che non mi aveva mai chiesto da quando stiamo insieme.
“Smetti di lavorare. Sparecchia la tavola.”
“Scusa?” le ho chiesto, perplesso dalla strana richiesta.
“Perché”
“Fai qualcosa di diverso!” mi dice lei.
Cerco di accontentarla, anche se controvoglia.
Chiudo i file e mi alzo. Mi muovo in maniera meccanica con altre idee che mi frullano per la testa. Mi impegno a concentrarmi su quello che sto facendo, ci provo davvero ma niente. Faccio quello che va fatto e poi mi siedo di nuovo e riprendo a scrivere.”

(..)

Jack ascolta Louis. percepisce la sua voce, sente ogni parola, e ogni parola gli entra dentro, oltre il filtro della ragione e si posa in un luogo più profondo. Jack ascolta ogni parola in silenzio, guardando fisso in lontananza, come se non esistesse in uno stato di assenza eppure di enorme presenza. E Louis racconta, racconta cose che nemmeno lui ricorda ma che gli sono state raccontate e parla poi di ricordi in cui anche Jack è presente ma che Jack nemmeno ricorda.

(..)


Jack si vede annuire alle sue parole. Louis ha terminato il suo racconto. Mantiene anche lui lo sguardo nel vuoto. Non gli importa di quel che risponderà Jack, dell’eventualità di aver commesso un errore. L’eco delle sue parole sfuma nella notte e ora è verità. Quelle parole diventeranno energia e si trasformeranno in qualcos’altro, e su quel qualcos’altro lui non ha più alcun potere. E’ sereno.
“L’ho sempre immaginato” è tutto ciò che esce dalla bocca di Jack, mentre si volta rapidamente verso di lui.

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