Jack era uno che viveva immerso nel tempo. 

Questa è, in poche parole, la descrizione più calzante di lui.

La sua storia è on life e ti sta aspettando .

jack mutoia in cyberpunk 2077

Jack è on life.

Leggi la sua storia, questo è solo l’inizio.

Un personaggio nato in un futuro non troppo lontano: la sua vita si dirama tra reale e virtuale.

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Leggi l’anteprima!

 

Al mondo che ci aspetta.

Jack Mutoia

IL PREZZO DEI RICORDI

In un futuro non troppo lontano, Jack chiuse la porta del negozio digitando il codice segreto sullo schermo oculare. La sua sagoma si rifletteva, scura, dentro la vetrata.
Guardò verso il cielo, il sole era già caduto da un pezzo, ma l’aria era ancora satura del calore dei suoi raggi. Aveva detto a Louis che l’avrebbe raggiunto verso le nove: mancavano un paio d’ore.
La sera precedente, Louis gli aveva mandato un vocale con l’esplicita richiesta di dovergli parlare con una certa urgenza. Jack non si era fatto desiderare, come era solito fare quando un buon amico aveva bisogno di lui.
Decise di rinunciare alla cena e di camminare fino all’appartamento dell’amico. Gli piaceva camminare nelle calde serate estive quanto odiava fare la stessa cosa durante l’inverno.
Si diresse verso il centro, un percorso di cui conosceva a perfezione ogni possibile variante. Il traffico era sostenuto, a quell’ora. I mezzi pubblici erano colmi. Taxi, bici, monopattini e auto private. Persone che tornavano a casa, andavano in palestra o uscivano per l’aperitivo. Gente che correva, bambini intenti a scoprire il mondo, ragazzi in fibrillazione verso la prossima avventura e sguardi sfiniti dalla giornata o da chissà quale pensiero.
Quando camminava per la città, Jack entrava in una sorta di stato contemplativo. Guardava tutto, cercando di annotare dentro la sua testa ogni minimo cambiamento e ogni possibile nuova vibrazione. Nel raggio di un paio di chilometri, aveva contato cinque automobili dal colore Pantone di tendenza quell’anno, il 7467C, una tonalità di azzurro rinominata Perfect sea. Troppo squillante per i suoi gusti, specialmente per un automobile, pensò.
Mutoia era davvero un bel posto dove vivere, forse non la città perfetta che chi l’aveva progettata aveva sognato, ma comunque il migliore dei luoghi in cui Jack aveva abitato.

La notifica audio lo risvegliò di colpo dal torpore. Doveva essersi appisolato.
“Il signor Moore al telefono” . La voce di Khayda gli arrivò diretta alle orecchie da dentro le cuffie. Khayda era il maggiordomo. Un maggiordomo vero, in carne e ossa, con tanto di completo di taglio classico che Louis gli faceva confezionare su misura dal suo stesso sarto. Era un vezzo, avere un maggiordomo, considerando il poco tempo che Louis trascorreva in casa. Nonostante avesse un ottimo assistente virtuale, quando tornava a casa, dopo il lavoro, preferiva affidare all’intelligente umanità di Khayda il compito di filtrare le telefonate.
Khayda prendeva servizio nel pomeriggio, riassettava l’appartamento, preparava la cena secondo le indicazioni di Louis e, prima di andare via, apparecchiava per la colazione e puntava la moka per le sei e quindici, l’orario in cui Louis faceva colazione sei giorni su sette. Certi giorni non si incontravano nemmeno, ma a Louis piaceva trovare i suoi piccoli tocchi di accoglienza.
Per quanto gli assistenti robotici potessero essere affidabili ed efficienti, non si era ancora riusciti a programmarli con la creatività necessaria perché facessero qualcosa che non gli fosse stato richiesto o che fosse fuori da una lista di azioni previste. Khayda, invece, sceglieva i fiori più belli e più freschi nel negozio all’angolo e li posizionava negli angoli più adatti della casa, secondo l’altezza, l’ingombro o l’incidenza della luce.
“Sei un maestro con i fiori. Se mai un giorno ti licenzierai, io fossi in te penserei di farne un lavoro” gli diceva spesso.
“Non credo che potrei vivere sistemando fiori nelle case, signore” rispondeva il maggiordomo.
“Tu non capisci il mercato, Khayda, è quella la mia fortuna.”
Per Khayda, emigrato dai territori della vecchia Unione Europea, anche se Louis non ricordava mai da quale paese, una decina di anni prima, quel lavoro era il meno faticoso e il meglio pagato della sua vita. Non avrebbe mai pensato che potesse esistere un altro colpo di fortuna del genere, quindi se lo teneva ben stretto. Louis lo sapeva, e sapeva che per questo non lo avrebbe mai tradito.
“Ok passamelo” rispose Louis intorpidito dal sonno.
Louis controllò l’ora: erano le otto. Non erano passati più di venti minuti da quando si era sdraiato.
“Moore, che piacere sentirti”
“Il piacere è mio, Louis, vuol dire che sono ancora vivo.” Da quando aveva superato i novantacinque anni, Moore parlava sempre più spesso della possibilità di morire. Aveva, in effetti, perso un po’ di lucidità e di energia, ma secondo Louis sarebbe campato ancora piuttosto a lungo. Era uno con la scorza dura.
Dopo la morte di suo padre, Moore l’aveva in qualche modo sostituito. Sebbene sua madre non avesse bisogno di alcun aiuto, né in termini economici che educativi, Moore l’aveva preso sotto la sua protezione e, appena fu grande abbastanza per capire, gli aveva rivelato il segreto che sarebbe toccato al padre svelargli. Louis aveva quattordici anni e aveva capito. Anche se per molti aspetti poteva essere considerato un ragazzo viziato, aveva la testa sulle spalle e comprese l’importanza di quella rivelazione come una missione. Promise a Moore che non ne avrebbe mai fatto parola con nessuno, neanche con sua madre, in un momento di profonda commozione che riportò in vita tutto il dolore per la prematura e assurda morte del padre. Quella rivelazione, e così la promessa, valevano davvero molto per Louis e accompagnarono la sua esistenza come una presenza silenziosa ma profondamente concreta. A quasi quarant’anni di distanza da quel giorno, aveva mantenuto fede alla promessa e il rapporto tra lui e Moore era ancora molto stretto, anche se da qualche tempo si vedevano meno, perché Moore raramente veniva in città. Lo stancava troppo, diceva, e preferiva restarsene nel suo buen retiro con vista sull’oceano a bere whisky e a deliziarsi con uno stuolo di giovani cameriere che lavoravano ancora meno di Khayda. Sua moglie era morta da vent’anni e lui non aveva più avuto voglia di sostituirla con altre conversazioni impegnative.
“Stai diventando un vecchio lamentoso. Scommetto che sei più in forma di me.”
“Probabilmente. Tu lavori troppo, ma d’altra parte alla tua età lo facevo anche io, quindi non starò qui a dirti di fare il contrario.”
“Fai ancora la dieta del dottor Von Pelas?”
“No, Jack. Non me ne frega niente di fare la dieta, alla mia età. Che muoia a cento o a centodieci anni cosa cambia? Sono comunque vecchio, e spesso molto stanco, quindi cerco di godermi quello che c’è.”
Louis sentì in sottofondo il tintinnare di alcuni cubetti di ghiaccio dentro a probabile bicchiere di whisky.
“Piuttosto” continuò Moore “l’altro giorno ho provato un esoscheletro per giocare a tennis e, beh, è una vera bomba. Mi sono divertito come non mi divertivo da un sacco di tempo. Ho giocato per più di due ore. Solo che oggi sono distrutto. Mi fa male tutto, non riesco quasi ad alzarmi”.
Louis sghignazzò. In fondo, non gli sarebbe dispiaciuto invecchiare come l’amico. Eccentrico e libero. “Passerà. I muscoli sono così, se non li usi per un po’. La prossima volta che vengo a trovarti ci facciamo una partita e ti darò del filo da torcere. Hai giocato con qualche vecchietto con gli arti bionici? Avrei proprio voluto vederti, chissà che spettacolo.”
“Ho giocato con una delle mie ragazze. Betty, una delle mie preferite”
“Sono tutte tue preferite”
“Si, ma Betty un po’ di più delle altre. Poco, è vero. Mi piacciono tutte. Ma Betty aveva una bella gonnellina corta e mi ha galvanizzato molto più dell’esoscheletro, se devo dirti la verità. Anzi, Louis, la prossima volta che verrai a trovarmi, ti farò giocare con Betty. O magari ci faremo un doppio che Betty e qualcun’altra delle ragazze. Sicuramente è più divertente che giocare con me. E poi hai bisogno di svagarti. Di una donna. O meglio, di più di una donna. Se avessi saputo che era così piacevole essere circondato da cinque ragazze non mi sarei mai sposato. Dovresti divertirti di più, Louis, la vita scivola via e neanche te ne accorgi.”
“Grazie del consiglio, ma ci vuole l’età giusta per diventare un vecchio porco. Però” aggiunse più per farlo contento che per reale interesse “una partita con Betty la faccio volentieri.”
Moore sorseggiò il suo whisky, poi chiese “E dimmi, come se passa il nostro amico?”
“Chi, Jack?”
Era una domanda inutile. Ovvio che parlasse di Jack. Ma Louis si divertiva a canzonare il vecchio amico. Non sarebbe mai riuscito a mandar giù quella che viveva come la grande sconfitta della sua vita.
“Non ce la fai proprio a non pensare a lui, eh?”
“Diciamo che non ho mai perso la speranza. Non ho molta dimestichezza con i fallimenti.”
“Dovrebbe passare a trovarmi tra un’oretta. Te lo saluto?”
Moore aveva talmente insistito per conoscere Jack di persona, quando era già chiaro che ogni tentativo per indirizzarlo come Moore avrebbe voluto sarebbe stato vano, che Louis aveva dovuto organizzare un incontro.
“Non è contro le regole, Moore?” aveva chiesto Louis per essere sicuro che Moore non rischiasse di pentirsi della sua scelta.
“Che regole Louis? Le regole le ho scritte io, gli altri che erano con me o sono morti o sono rimbambiti dentro una casa di cura o come cazzo si dice. Sono andato a trovare il Presidente, due settimane fa. Rincoglionito completo, sarebbe meglio che morisse. Probabilmente lo spera anche lui, se solo può ancora sperare. Sono rimasto solo io. Quindi decido per tutti.”
Il giorno dopo, Louis l’aveva chiamato per chiedergli cosa ne pensava. In fondo, in qualche modo, Louis capiva che Jack fosse in qualche modo suo quanto lo era lui.
“Quanto talento sprecato, Louis. Un potenziale buttato nel cesso. So che è un tuo amico, lo capisco, è pure simpatico, folkloristico, con quel suo fare un po’ naif. Ma mi sono trattenuto, te lo dico. Tutta la sera, avrei voluto dargli un gran ceffone. Vai a lavorare, coglione, avrei voluto dirgli, e non a giocare dentro un negozio pieno di cianfrusaglie del cazzo.”
Dopo quella volta, non si erano più incontrati, ma Moore chiedeva spesso di lui.
“No, lascia perdere. Niente saluti.”

#inunfuturonontroppolontano mutoia

Se avesse saputo, Jack avrebbe capito quello strano colloquio.
Terminate le scuole superiori, era stato contattato da un’azienda. Non aveva inviato nessun curriculum, ma pensò che avessero avuto il suo nominativo dalla scuola.
Si presentò dunque al luogo indicato nell’ora prestabilita.

Lo accolse una donna magra, asciutta, che indossava un completo di taglio maschile. Non sembrava il tipo da invogliare a fare quattro chiacchiere.
Si presentarono stringendosi le mani.
“Buongiorno Jack, è un vero piacere averla qui.”
Jack pensò che il suo volto non mostrava alcun segno di quel piacere, ma cercò di non farsi influenzare troppo dal suo astio verso la donna.
“L’abbiamo chiamata per valutare le opzioni di sviluppo del suo potenziale. Che ambizioni ha, Jack, mi dica.”
“Nessuna”.
“Prego?”
“Nessuna”.
“Intendo dire, che cosa le piacerebbe fare? Nella vita, ora che ha finito la scuola.”
Jack era perplesso. Cercò di ricomporre l’espressione del suo viso, abbassando le sopracciglia in un’espressione più naturale. Si sforzò di rilassare il volto e di sorridere con noncuranza.
“Onestamente, non ho ben chiara la linea che mi piacerebbe intraprendere in futuro. Pensavo di viaggiare per un po’ ma non avevo valutato nessun lavoro che richieda eccessivo carico di responsabilità. Non sono nato per prendere decisione per gli altri.”
“Ci pensi bene Jack, certo lei è molto giovane e senza dubbio avrà dentro di lei la pulsione di provare molte esperienze nella vita, sarà curioso immagino, di scoprire cose nuove, è normale. Ma mi dica, se pensa a se stesso in futuro, potendo scegliere tra tutte le opzioni, cosa desidera?”
Jack si concentrò. Pensò fra sé e sé per qualche istante. “Un lavoro tranquillo, una vita tranquilla, senza troppe pretese né preoccupazioni. Cosa esattamente non saprei dirle, qualcosa magari che sia anche creativo, direi, ma niente di altisonante.”
La donna prendeva appunti, dal viso non traspariva alcuna emozione.
“Mi permetta una domanda” disse Jack “ma chi vi ha dato il mio nominativo? E poi, di cosa si occupa l’azienda che lei rappresenta?”
“Ci occupiamo di sviluppo del potenziale, come le dicevo.”
“Siete degli head hunter o cose così?”
“Per certi aspetti si potrebbe dire che, sì, siamo dei cacciatori di teste.”
Jack sentiva lo scetticismo che esprimeva il suo volto, ma non gli interessava più controllarlo. Non doveva essere una grande agenzia, se erano ridotti a chiamare uno con i suoi voti.
“Guardi, se volete dei soldi da me, per estrapolare il mio talento dal guscio dentro il quale è ben richiuso, le dico subito che a me non interessa.”
“No, no, stia tranquillo. E’ solo un colloquio per valutare le sue potenzialità, per proporre il suo profilo ad aziende nostre partner. Le chiedo solo un attimo di pazienza, ora. Le dispiace attendermi qualche minuto in sala d’attesa.”
Jack si alzò e uscì dalla stanza come richiesto.
La donna sbuffò. Che soggetto. Il suo superiore, dal quale aveva ricevuto la perentoria istruzione di indirizzare il soggetto verso un lavoro che fosse concreto, non sarebbe stato felice di ricevere un nulla come risposta. Cosa doveva fare? Avvisare qualcuno del fatto che il soggetto rispondeva in maniera così differente rispetto al set previsto? Porsi al soggetto in maniera differente per stimolare altre risposte? Perché il soggetto doveva proprio rispondere in maniera così imprevedibile? Rifletté un momento su quale fosse il modo migliore di muoversi.
Decise di riferire al suo superiore diretto come prima cosa. La donna compose l’interno.
“Il soggetto non sembra conforme alle aspettative. Non ha ambizioni.”
“In che senso non ha ambizioni? Tutti hanno ambizioni, anche i normodotati. Ho ricevuto chiare istruzioni di indirizzare il soggetto a una carriera lavorativa. Non so perché cazzo quel ragazzo gli interessa così tanto, ma il direttore generale è stato piuttosto chiaro che la questione è piuttosto importante. Non mi faccio domande sul perché, non se le faccia neanche lei. Faccia il suo lavoro, gli proponga qualcosa di allettante. Soldi, incentivi premi. Che ne so, veda lei. Non si lasci fuorviare, il soggetto ha un’età giovane, magari sta passando che ne so, un moto di ribellione o una roba così. Nessuno rifiuta un lavoro ben pagato. La psicologa è lei, dovrebbe sapere come insinuare un concetto dentro una persona. Adesso si concentri e faccia quello che deve fare.”
La donna chiamò la segretaria per avvisarla di fare rientrare Jack, ma questa la avvisò che il ragazzo se ne era andato.

JACK IS IN TOWN

“Faccio il caffè?” chiese Annie. A Jack parve di sentire nella sua voce un’inflessione di incertezza. Erano rare le mattine in cui si svegliava così, svogliato e stanco e, pensava, forse Annie non aveva abbastanza dati per analizzare le sue preferenze. “E’ davvero possibile?” si chiese. Insinuare il dubbio dentro matematiche certezze. Il tempo di sorriderne, che il pensiero si era già dissolto. Sbuffando, si girò sul fianco sinistro e fece leva sul gomito per alzarsi.“Sì, grazie Annie. Ho proprio bisogno di un caffè.” rispose, usando involontariamente più parole di quelle che avrebbe voluto per rassicurare la sua Annie.

“Essere i primi, ecco cos’è importante, per me, Jack.” “Essere i primi ed essere pronti, ancora meglio. Non puoi dirmi di no. Lo sai come va il mondo, Jack, non te lo devo certo spiegare. Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro. Se non lo farai tu, lo farà qualcun altro.” Alzò le spalle. “Devi arrivare primo. E’ la legge cardine della sopravvivenza.”
Poi fece una pausa e cercò tra il suo repertorio di convincimento qualcosa che potesse suonare giusto per Jack. “Persino tu hai voluto essere tra i primi in questa città, Jack.”
“Hai ragione” rispose Jack “Ma era per curiosità, non per competizione. Comunque, voglio sapere la verità più profonda. Cosa ti spinge a voler sempre essere il primo. Cosa c’è dietro tutta questa bramosia di soldi e di successo? Perché non ne hai mai abbastanza?”

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