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Federico Caprilli, Federigo Olinto all’anagrafe, classe 1868, è uno dei rari uomini nati non per seguire le regole, ma per scriverne di nuove. 

Formatosi nel rigido ambiente militare, ha rivoluzionato il sistema di montare a cavallo, aprendo la strada a un concetto inizialmente additato come follia, ossia di quello di assecondare il movimento dell’animale anziché sovrastarlo con il proprio volere. Oggi, questo principio è considerato un fondamento intoccabile dell’equitazione.
La sua vita sembra uscita da un romanzo, difatti ne ha ispirato più di uno, e la sua prematura morte è avvolta in un mistero che nel tempo ha alimentato narrazioni complottiste e molto fantasiose.
Quello che è certo, e che contribuisce a dar credito agli intrighi sussurrati, è che un personaggio con il potenziale per essere celebrato come un eroe nazionale risulta invece pressoché sconosciuto, non solo ai profani dell’equitazione, ma anche a buona parte degli appassionati.

Caprilli, livornese di nascita, resta orfano di padre molto giovane. La madre si risposa con l’Ingegner Santini, caro amico del padre defunto, con il quale trasferisce la famiglia a Roma.
Già da bambino ha una curiosità e un’energia inesauribile, a scuola si annoia: è tutto troppo lento per lui, che impara velocemente e non riesce a stare fermo.
Inizia dunque a marinare le lezioni e a girare per Roma. Conosce la città, si mette a fumare, frequenta gente del popolo. Ne combina di tutti i colori, è sempre pronto a cacciarsi nei guai: la madre, che ha altri quattro figli a cui pensare, proprio non riesce a stargli dietro. Per insegnargli la disciplina, non c’è altra soluzione che il convitto dei padri gesuiti per prepararlo ad accedere al collegio militare. Proseguirà gli studi tra una punizione e l’altra per via di quella indisciplina che non gli riesce e non ha intenzione di perdere, eccellendo solo negli sport, grazie anche a un fisico eccezionale per la sua età.

A quindici anni è al collegio militare di Roma, dove monta per la prima volta un cavallo di nome Bertone, che lo butterà a terra subito, facendogli così capire chi, tra i due, comanda. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la passione per i cavalli si insinua in lui, tanto che quella sarà la prima di oltre quattrocento cadute dichiarate in carriera.
Decide di tentare l’ingresso all’Accademia Militare di Fanteria e di Cavalleria di Modena, tra nomi altisonanti e blasonati. Vince il parere contrario dei genitori, preoccupati per le spese che comporta frequentare l’Accademia, con l’acquisto di cavalli di proprietà e relativi finimenti. “Federico, ma tu non sei mai salito a cavallo! Anzi, l’unica volta che sei salito, sei caduto!” “Ma io sono nato per andare a cavallo”, sembra di sentirlo dire, “Che importanza può avere una caduta!”.
Scartato alla selezione per l’esame della conformazione fisica, a causa di un busto giudicato troppo lungo rispetto alle gambe corte, viene ammesso infine per l’esiguo numero di domande pervenute quell’anno.

Federico è felicissimo: ha raggiunto quello che desiderava. L’opportunità di diventare cavaliere, far parte di un corpo che nell’immaginario collettivo è sinonimo di avventura, nobiltà di spirito e coraggio. L’uniforme, l’eleganza, il rispetto e, soprattutto, il centro della scena.
A fianco a lui, per ordine alfabetico e per parità di statura che li vuole spesso vicino, c’è il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. Non potrebbero essere più differenti. Tanto Federico è istintivo e fisico, tanto Emanuele è intellettuale e riflessivo, nobile sia di nascita che nell’animo. Li unisce l’amore per il progresso e le novità: vivono entrambi fuori dai luoghi comuni.
Emanuele è fortemente democratico, signorile, eppure nel suo ambiente considerato strano e bizzarro per via del suo forte sostegno alle innovazioni, che lo porterà promuovere la fondazione dell’Automobile Club Italiano e, nel 1899, ad essere tra i fondatori della Fiat di cui tenne la vicepresidenza fino alla morte.
Anche Caprilli è affascinato dal progresso, dall’andar contro abitudini consolidate. Rispetta ma non apprezza la rigida disciplina militare. Alla noiosa teoria preferisce la pratica, il movimento: fisicamente è energico, instancabile.
I due diventano inseparabili e la loro amicizia li accompagnerà per tutta la vita.

A vent’anni Federico esce con il grado di sottotenente dalla Scuola Militare di Modena col giudizio di mediocre in equitazione. Viene assegnato, con il suo amico Bricherasio, alla scuola di Cavalleria di Pinerolo.
Qui, già durante le prime lezioni sul salto, Federico mette in dubbio la correttezza degli insegnamenti. Era d’uso che, nell’atto di saltare, il cavaliere si buttasse all’indietro, tirando di forza la testa del cavallo verso l’alto. Caprilli non solo vede, osservando le bocche spalancate, ma percepisce anche fisicamente il dolore e la costrizione cui è sottoposto l’animale.
Inizia dunque ad osservare il cavallo in natura, lo fa saltare scosso, senza sella. Guarda e sperimenta, cercando di capire, nel tentativo di restringere le distanze tra lui e quegli animali meravigliosi. Si pone domande e riflessioni. Non sarebbe più logico far fare a lui? Che in natura sa calcolare perfettamente le distanze e si prepara al salto elevando gli anteriori con una spinta dei posteriori, creando un arco?
Di nascosto, inizia a testare le sue teorie, certo che siano giuste. Ne parla con gli altri compagni di corso che lo prendono per pazzo. Se si è sempre fatto così, gli dicono, che senso ha fare diversamente?
Ma Federico monta a cavallo, senza morso e sull’inforcatura, lasciandogli completamente libera la schiena e la bocca. Ad ogni salto, si convince sempre di più di avere proprio ragione.

Intanto, grazie all’amicizia con l’amico Emanuele, entra in contatto con la nobiltà piemontese, di cui apprezza in particolare le giovani e belle esponenti. E’ bello, Federico: alto, magro, capelli ed occhi scuri, loquace e irriverente ma al contempo gentile ed elegante. Piace a tutti, non solo alle donne, è il tipo di uomo al cui fascino è difficile resistere. Ama il fumo, il ballo, le feste: un giovane romantico e decadente che si fa largo nel mondo.

Finalmente giunge meno l’obbligo di cavalcare solo nelle ore di lezione, e Federico si dedica a lunghe galoppate all’aria aperta, libero. Acquista un cavallo che rinominerà Sfacciato per la lunga balza bianca che gli segna il viso, nella scuderia torinese del Gallina. E’ un esemplare splendido ma difficile: non vuole lasciarsi mettere il morso. Ha sofferto troppo e ora si ribella. Caprilli lo trasforma, ne fa un compagno.
E’ spavaldo, Federico, ancora più sfacciato del suo cavallo, insieme al quale offre volentieri esempi della sua audacia e dei suoi metodi. Durante un’uscita in campagna, il suo capitano si ferma davanti a un fosso profondissimo con sponde friabili. “Non salti” dice a Federico “rischia di ammazzarsi” ma non ha nemmeno finito la frase che Caprilli lo sta guardando dall’altra parte del fosso. Si diverte allenandosi tra barriere di sciabole e trasformando le siepi che circondano la scuola di tiro in un percorso ad ostacoli. Salta un metro e ottantadue, un record a quei tempi, e inizia a partecipare ai primi concorsi.

Gli sguardi delle donne sono tutti per lui. Frequenta contesse e donne aristocratiche. Ha una relazione tumultuosa con Letizia di Savoia, vedova di Amedeo, fratello del re Umberto, donna bellissima. Lui non la frequenta in via esclusiva, e il loro legame diviene noto durante una festa quando Letizia gli volge le spalle, sdegnata, negandogli il saluto. Ne nasce uno scandalo. La nobile viene segregata in un castello vicino Torino, Caprilli allontanato dalla stessa città e spedito a Nola: una punizione ufficialmente mascherata con il pretesto di una controversia tra Federico e un collega.
A Nola, oltre a perfezionare il suo metodo, conosce Hélène d’Orleans, duchessa d’Aosta, con la quale inizia una frequentazione che fa altrettanto scalpore. Tra le numerose altre relazioni, pare ne inanelli una anche con Sofia di Bricherasio, sorella di Emanuele, che pare essere confermata dall’attaccamento che la donna avrà nei suoi confronti per il resto della sua vita.
Non disdegna nemmeno donne non aristocratiche e fa stragi di cuore anche all’estero, dove spesso si reca per acquistare cavalli.

Nonostante la sua esuberanza, è dedito all’arma, e mette la divisa davanti a tutto. Ora è tenente, e procede nella sua carriera perfezionandosi nell’equitazione di campagna.
Il suo lavoro inizia ad essere seriamente apprezzato. Nessuno immagina che la cavalleria così come è concepita scomparirà di lì a poco: in quegli anni è ancora considerata un corpo prestigioso, che addestra uomini e cavalli all’importantissima arte della guerra. E’ dunque fondamentale preparare cavalli pronti a tutto, a saltare fossi e staccionate, a galoppare senza indugi tra la vegetazione e su terreni di ogni sorta, tra gli scenari più disparati. Il rischio di rifiuti, di incertezze, deve essere minimizzato. Il cavallo è un animale pauroso in maniera ridicola, se si considera la sua stazza: una pozza può diventare una voragine ai suoi occhi, il terreno fangoso lo infastidisce e lo rende cauto, rumori sconosciuti e improvvisi possono causare reazioni spropositate e pericolose. Se a questa tendenza naturale si aggiunge la sofferenza fisica provocata da un cavaliere che contrasta l’azione del salto, buttandosi all’indietro e tirandogli in bocca, si capisce perché spesso i cavalli si rifiutassero o perché fossero riluttanti a soddisfare le richieste. Scarti e cadute erano all’ordine del giorno, tanto più che una volta che rifiutava il primo della fila, gli altri lo imitavano.
Caprilli capisce che solo assecondando il movimento dell’animale e rispettando la sua natura si può migliorare il rapporto. Il cavallo è un compagno e come tale va trattato. E’ instancabilmente dedito al suo lavoro: si alza all’alba e monta anche quattordici cavalli al giorno, pur soffrendo di dolori alla schiena causati da alcune cadute.
Dimostra le sue teorie con la messa in pratica: i risultati ottenuti in allenamento e nelle gare di salto ostacoli lo rendono noto fuori dalla cerchia militare. Perché, certo, c’è la teoria e la consuetudine, ma i risultati parlano chiaro. Di trentatré competizioni ufficiali, è primo in diciotto e piazzato in undici. Nel 1893 è sul podio nel Grande Steeple Chase di Roma tra fantini professionisti.

Il riconoscimento del suo metodo avviene l’anno successivo, quando diviene istruttore alla Scuola di Cavalleria.
Caprilli inizia quindi una vera e propria opera di divulgazione. Si era già diffusa la consuetudine di saltare con le mani basse e ferme, non più tirando, ma ancora con il busto eretto e all’indietro. Caprilli sta perfezionando sempre di più il suo stile, capisce che il corpo deve andare in avanti durante la propulsione. Bisogna lasciare il cavallo libero di fare quello che in natura gli riesce senza sforzo, il cavaliere deve solo condurre, dare la direzione. L’obbiettivo è un cavallo sereno, fiducioso, veloce e resistente, calmo e attento nelle difficoltà, rapido nell’esecuzione delle richieste, come scriverà lo stesso Caprilli in un suo articolo. Se l’azione del cavaliere è violenta e eccessivamente impositoria, il cavallo non farà altro che pensare a come sottrarvisi.
Rivoluziona l’addestramento delle reclute, che prevedeva fossero messe subito alla prova montando senza staffe e senza sella, cosa che provocava non poche cadute, fratture e paure, oltre al fastidio provocato all’animale di avere un ignorante sulla sua schiena. Caprilli capisce che bisogna insegnare con gradualità, partendo da soggetti tranquilli.
Sostiene che dopo una caduta bisogna rimontare subito in sella, senza indugi, mentre era abitudine attendere che sia cavallo che cavaliere si fossero calmati. Non ha paura di sperimentare e di mettere in atto le sue teorie. Durante un’uscita, tenta una salita ripidissima e molto pericolosa. Il cavallo perde i posteriori e si rovescia. Subito risale in sella e riprova, ma il cavallo cade una seconda volta. I compagni accorrono e Federico, a terra, scherza con un collega “Hai ragione tu, avrei dovuto attendere che si fosse ripreso.” Si rialza e di nuovo ritenta, supera la salita. “Però vedi che avevo ragione anche io” dice prima di partire per una lunga galoppata.
Scavalca i limiti delle abitudini e ne crea di nuove. I suoi allievi fanno incetta di vittorie ai concorsi: il suo reggimento è quello più vittorioso. La sua fama raggiunge l’estero.
Non riceve però solo acclamazioni, ma anche critiche e invidie, più che altro da parte delle alte gerarchie dell’esercito, detrattori che sottolineano come spesso i cavalli montati non siano suoi o che per dedicarsi ai concorsi trascuri il suo lavoro di militare. In effetti, di carriera ne fa poca, nonostante si sia arruolato giovanissimo: morirà difatti con il grado di capitano. Nel 1899 viene proposto un avanzamento per meriti speciali, ma finisce nel nulla, giustificando la mancata promozione dietro all’importanza del suo lavoro come istruttore.

 

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Il primo mistero che riguarda la vita di Caprilli risale a questo periodo. In vista di quelle che possono essere considerate le seconde Olimpiadi di stampo moderno, nel 1900 a Parigi, Caprilli ha iscritto due cavalli e ottenuto il permesso del Ministero per recarsi all’estero, che viene però revocato all’ultimo momento, quando i cavalli sono già stati mandati. La partecipazione ai giochi è riservata ai dilettanti, dice il regolamento, e Caprilli non può essere considerato tale. Viene dunque richiamato in servizio. La leggenda vuole che Federico prenda una licenza per cinque giorni per recarsi a Torino, da dove raggiunge Parigi in incognito. Lo aspetta il conte Trissino, suo allievo, anche lui iscritto ai Giochi. Qualcuno mormora che si sia limitato a provare il percorso e a dare consigli, prima di rientrare frettolosamente in Italia. Lo studioso Benucci, che a Caprilli ha dedicato un libro, sostiene che abbia invece partecipato alla gare di salto in estensione, vincendo l’argento. Dopo la monta sarebbe stato sostituito da Trissino, già vincitore dell’oro per il salto in alto. Nessuno può sapere se fu ligio al dovere militare o se partecipò di persona alla manifestazione che sentiva sua di diritto.

Nel 1902 al Concorso Ippico Internazionale di Torino avviene la sua consacrazione a maestro d’equitazione. Vince la prova di salto in estensione con sei metri e cinquanta in sella a Black Best, viene però inaspettatamente eliminato dalla prova di salto in alto. Deluso ma non sconfitto, quando la gara giunge al termine, lancia una sfida agli altri cavalieri. Mette in palio cinquecento lire, una cifra considerevole per quei tempi, a chi in tre tentativi avesse superato i due metri (il record era un metro e sessantanove). Gli altri concorrenti lo guardano con biasimo, come si guarda un bambino che fa i capricci perché non sa perdere. Si offre volontario solo un suo allievo. Tra il pubblico numerosi ufficiali e il Duca d’Aosta hanno gli occhi puntati su quel giovane così spavaldo e pieno di sé. Il primo salto di Caprilli è di un metro e novanta, mentre il cavallo dello sfidante rifiuta. Chiede allora di alzare le barre a due metri e otto centimetri. Melopo salta e oltrepassa l’ostacolo. Gli spettatori sono entusiasti, increduli: Federico ha lasciato tutti a bocca aperta e gli ha regalato un’impresa di cui parlare. A un cronista dichiara che sì, è soddisfatto, ma mai quanto quella volta quando saltò un metro e sessanta con un cavallino maremmano che aveva sempre fatto il cavallo da tiro ma nel quale lui aveva riconosciuto un’atleta al primo sguardo. Il Ministro delle Forze Armate, tra il pubblico, decide seduta stante che il metodo di Caprilli sarà d’ora in poi quello applicato in maniera ufficiale alla Scuola d’Equitazione di Pinerolo.
Entra nel mito, nell’immaginario collettivo è il re degli ostacoli, viene soprannominato il cavaliere volante.

Nel 1904 la sua vita costellata di conquiste e successi vira improvvisamente. In ottobre, il suo amico fraterno Emanuele Cacherano di Bricherasio viene ritrovato senza vita nel Castello di Agliè, nel torinese, dove era ospite del Duca Tommaso di Savoia e della moglie.
La versione ufficiale parla di suicido d’onore, avvenuto con un colpo di pistola alla testa, a causa di una relazione clandestina con una donna di casa Savoia. Questa ipotesi però presenta numerose lacune: innanzitutto, nonostante l’importanza del nobile trentacinquenne, non si effettua nessuna indagine né autopsia. La risolutezza con la quale la sua morte viene liquidata fa insospettire molti. Il quotidiano La Stampa, ad esempio, che abitualmente destinava ampie pagine alle sue imprese, gli dedica solo un brevissimo necrologio.
Sono in molti ad essere convinti che si sia trattato di un omicidio su commissione.
Nel 1899 il conte Emanuele e altri otto soci tra i quali Giovanni Agnelli, firmarono a Palazzo Bricherasio l’atto costitutivo della Fiat. Agnelli è ambizioso, votato al profitto, sa che la posta in gioco è alta e non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di dominare quel mercato nascente. Contrasta la visione socialista e intrisa di valori di Emanuele, che rappresenta un ostacolo alla sua idea imprenditoriale. Agnelli è molto abile nel tessere alleanze: riesce in pochi anni a mettere all’angolo l’avversario, nonostante il conte fosse il maggior finanziatore dell’impresa.
La sua morte avviene proprio alla vigilia di una riunione del consiglio di amministrazione dove Emanuele aveva chiesto che gli fossero mostrate “tutte le carte”, e dove era certo di trovare prove su illeciti azionari e bancari. Fa pensare il fatto che il consiglio di amministrazione si riunì comunque, come previsto, il giorno successivo al suo decesso, e lo ricordò in maniera sbrigativa come “un amministratore zelante” e nulla di più.
Caprilli è il primo a non credere alla versione ufficiale: lui è tra i pochi ad aver visto il cadavere dell’amico e sostiene che il viso sia intatto.
Sofia, la sorella di Emanuele, gli consegna i documenti e i carteggi del fratello, affinché li conservi al posto suo, dopo aver ricevuto visite da alti funzionari e temendo per la sua stessa vita. Forse Caprilli indaga in prima persona sulla morte dell’amico. Conoscendo il personaggio, è improbabile che si sia lasciato scivolare addosso un evento di tale portata.
Ma la verità non vedrà mai la luce.

Tre soli anni dopo, il 6 dicembre 1907, anche la breve vita di Federico finisce in circostanze altrettanto misteriose. Quella sera ha un appuntamento con una donna in un ristorante di Torino, ma la sua dama non si presenta all’incontro.
Decide dunque di fare una visita alla scuderia Gallina, quella dove aveva comprato Sfacciato e dove era un cliente sempre gradito e ben atteso. Qui la storia si fa nebulosa, e diverse versioni si accavallano l’una sull’altra. Prova un cavallo, un morello messo in vendita, perché troppo nevoso, dalla duchessa d’Aosta, con la quale anni prima Caprilli aveva avuto una relazione molto chiacchierata.
Il rapporto ufficiale, che si affida alle dichiarazioni del Gallina come unico testimone oculare, sostiene che l’ufficiale sia partito al passo per poi prendere il piccolo trotto, quando il commerciante lo vede d’improvviso barcollare e cadere, probabilmente preso da un malore.
Secondo un’altra teoria, sostenuta perlopiù dai giornalisti che indagarono sull’accaduto, l’incidente è accaduto invece fuori dalla portata della vista del Gallina, dato che Federico avrebbe superato i confini della scuderia. Sono alcuni passanti ad avvisare il commerciante dell’incidente, qualcuno tra loro giura perfino di aver sentito degli spari.
Quello che è certo è che Federico viene trasportato a braccia in casa Gallina e disteso su un letto. Giunge un medico dall’ospedale a visitarlo, conferma quello che è già evidente: la frattura alla base del cranio non lascia alcuna speranza. Accorrono gli amici da Pinerolo, gli stanno a fianco nelle sue ultime ore. Vittorina, la donna che non si è presentata all’appuntamento, giunge in pelliccia bianca di volpe e sviene al suo capezzale. Federico Caprilli muore la mattina successiva, a soli 39 anni.

I pettegolezzi sulla vicenda si diffondono. Qualche giornalista si incuriosisce: come mai un personaggio del suo calibro non è stato trasportato in ospedale, come mai non sono stati interrogati i passanti? Chi sostiene che qualcuno gli abbia sparato, chi che il cavallo si sia spaventato per lo sparo, buttandolo a terra. Si mormora anche che Federico abbia temporaneamente ripreso conoscenza, urlando “al fuoco al fuoco”. E poi, se è davvero caduto con la testa all’ingiù, come sostiene il rapporto ufficiale, come mai la frattura è alla base del cranio e non frontale?
La morte del più grande cavaliere della storia è accidentale o collegata a quella del conte Bricherasio e ai segreti della Fiat o, ancora, legata a qualche intrallazzo amoroso?

La precisione delle istruzioni che sono contenute nel suo testamento, compilato due anni prima, sono per alcuni una conferma del fatto che Caprilli temesse per la sua vita. Vuole essere cremato e sepolto quanto più possibile vicino al suo caro amico Emanuele, con un suo solo fratello a presenziare la sepoltura, mentre tutti gli averi sono destinati alla sorella. Chiede la distruzione della sua corrispondenza.

Federico viene dunque sepolto secondo il suo volere vicino all’amico, anche grazie alle insistenze di Sofia. La sua lapide, incisa con la dicitura “Magister Equitum” affianca l’elegante monumento funebre di Emanuele ad opera del Bistolfi, importante scultore dell’epoca, nella cappella dei Bricherasio, di recente aperta al pubblico. Bistolfi ritrae una seconda volta Caprilli in un altorilievo collocato sullo scalone d’ingresso della Scuola di Equitazione di Pinerolo, ora Museo Nazionale dell’Arma di Cavalleria.

Per ironia della sorte, muore alla vigilia della discussione di una sua promozione a direttore della Scuola di Equitazione. Dopo la prematura scomparsa il suo mito accresce: gli eserciti stranieri mandano i loro allievi a Pinerolo a imparare quello che ormai è definito come il metodo.
In seguito a questo periodo di gloria, il suo nome viene dimenticato, inghiottito dalle pieghe del tempo, fino a quando il romanzo “Quando l’automobile uccise la cavalleria” di Caponetti, giornalista piemontese con la passione dell’equitazione, non lo rispolvera, rendendogli parte della notorietà che merita.

Non scopriremo mai la verità sulla vicenda, questo è certo, ma ora abbiamo perlomeno un quadro più ampio della storia dell’italiano che insegnò al mondo ad andare a cavallo.

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